Il dibattito sull’intelligenza artificiale sembra ruotare quasi sempre intorno alla stessa domanda: le macchine diventeranno più intelligenti degli esseri umani?
Luciano Floridi, con il suo libro Premio Strega 2026 per la saggistica, ci invita a cambiare completamente prospettiva. La domanda decisiva non è quanto siano intelligenti le macchine, ma quanto siano ormai capaci di agire nel mondo, senza essere intelligenti nel senso umano del termine.
È questa la “differenza fondamentale” evocata dal titolo del suo ultimo libro dal titolo “La differenza fondamentale: Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale” edito da Mondadori: la separazione tra intelligenza e capacità di azione. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo come lo comprendiamo noi, non possiedono una coscienza e non attribuiscono significato alle proprie operazioni. Eppure possono produrre testi, riconoscere immagini, selezionare candidati, consigliare investimenti, diagnosticare malattie, guidare veicoli, influenzare opinioni e prendere decisioni con conseguenze economiche e sociali molto concrete.
La rivoluzione non consiste nella nascita di una nuova mente, ma nell’apparizione di una nuova forma di “agente”.
Per i lettori di Investire nei Megatrend, questa distinzione è importante. Consente di separare il valore strutturale dell’intelligenza artificiale dalle narrazioni speculative che circondano il settore. E aiuta a capire perché l’AI possa essere contemporaneamente una delle tecnologie più trasformative della nostra epoca e il centro di una possibile bolla finanziaria.
Chi è Luciano Floridi
Luciano Floridi è uno dei filosofi italiani più conosciuti a livello internazionale. È professore di Scienze cognitive e direttore fondatore del Digital Ethics Center della Yale University, dopo avere insegnato Filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford. È inoltre professore all’Università di Bologna e viene considerato uno dei fondatori della filosofia dell’informazione, la disciplina che studia la natura dell’informazione e il modo in cui essa modifica la conoscenza, la società, la politica e l’esperienza umana.

A prima vista potrebbe sembrare curioso che un filosofo si occupi di informatica, algoritmi e intelligenza artificiale. In realtà è esattamente il contrario.
L’informatica spiega come costruire un sistema capace di classificare dati, generare contenuti o ottimizzare una decisione. La filosofia pone domande diverse: che cosa significa conoscere? Che cosa distingue una decisione da un semplice calcolo? Chi è responsabile quando una scelta viene delegata a una macchina? Quali valori vengono incorporati nella progettazione di un algoritmo? Quale idea di essere umano stiamo implicitamente adottando quando definiamo “intelligente” un sistema statistico?
Più la tecnologia entra nella vita quotidiana, meno queste domande possono essere lasciate ai soli ingegneri.
La filosofia dell’informazione di Floridi nasce da questa trasformazione: viviamo ormai in un ambiente nel quale realtà fisica e realtà digitale si sovrappongono. L’informazione non è più soltanto qualcosa che descrive il mondo. Sempre più spesso lo organizza.
La tesi centrale: agency senza intelligenza
Floridi sostiene che l’espressione “intelligenza artificiale” sia concettualmente fuorviante. Ci spinge ad attribuire alle macchine caratteristiche umane come comprensione, intenzionalità, immaginazione e coscienza.
Il successo dell’AI contemporanea deriverebbe invece da quello che il filosofo definisce un “divorzio” tra intelligenza e agency: la capacità di svolgere con successo un compito in vista di un obiettivo non richiede necessariamente comprensione o intelligenza biologica.
Un programma che gioca a scacchi non deve sapere che cosa siano realmente gli scacchi. Un sistema di riconoscimento facciale non deve comprendere che cosa sia un volto. Un modello linguistico può costruire una risposta grammaticalmente corretta senza avere esperienza del significato delle parole utilizzate.
Eppure questi sistemi agiscono. Interagiscono con l’ambiente, elaborano informazioni, modificano il proprio comportamento sulla base dei dati e producono risultati che influenzano altri soggetti.
Il punto di Floridi non è sminuire l’intelligenza artificiale. Al contrario, è comprenderne meglio la potenza. Una macchina non deve essere cosciente per causare un incidente, discriminare un candidato, diffondere una falsa informazione o spostare miliardi di dollari sui mercati. Proprio perché l’AI può essere efficace senza essere intelligente, attribuirle caratteristiche umane rischia di distrarci dai problemi reali.
Il pericolo più immediato non è una macchina che improvvisamente sviluppa intenzioni ostili. È una società che delega funzioni importanti a sistemi efficienti ma privi di comprensione, senza stabilire chiaramente chi debba controllarli e rispondere delle loro conseguenze.
Le bolle tecnologiche: cinque precedenti e il caso dell’AI
Uno dei capitoli più interessanti per un investitore riguarda le bolle tecnologiche.
Qui è opportuna una precisazione. Floridi non include l’intelligenza artificiale tra le bolle tecnologiche: ricostruisce la storia di cinque grandi bolle precedenti e utilizza le loro caratteristiche per interpretare il ciclo speculativo dell’AI. Considerando anche quest’ultimo, gli episodi esaminati sono quindi sei.
Le cinque bolle storiche sono:
la bolla delle società dot-com tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila;
la bolla delle telecomunicazioni tra il 1996 e il 2002;
la bolla tecnologica cinese del 2014-2015;
la lunga sequenza speculativa delle criptovalute;
la bolla dei titoli tecnologici del 2020-2021, alimentata dalla pandemia e dalla rapida digitalizzazione delle attività economiche.
Floridi confronta questi precedenti con l’attuale entusiasmo per l’intelligenza artificiale, individuando alcuni elementi ricorrenti: una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria, aspettative che crescono più velocemente delle applicazioni commerciali, nuovi criteri di valutazione che sostituiscono le metriche finanziarie tradizionali, forte partecipazione degli investitori retail, pressione mediatica e regolamentazione ancora incompleta.
La lezione della dot-com
La bolla di Internet resta il precedente più evidente. Alla fine degli anni Novanta bastava spesso aggiungere “.com” al nome di un’impresa per attirare capitali. Il fatto che Internet fosse realmente una tecnologia rivoluzionaria veniva utilizzato per giustificare qualsiasi valutazione, anche in assenza di ricavi, utili o modelli di business sostenibili.
Quando la bolla scoppiò, moltissime aziende scomparvero. Internet, però, non scomparve. Continuò a diffondersi fino a trasformare l’economia mondiale.
Questa distinzione è fondamentale: una bolla finanziaria non dimostra necessariamente che la tecnologia sottostante sia inutile. Dimostra che il prezzo attribuito alle sue promesse si è allontanato troppo dal valore economico effettivamente prodotto.
Le telecomunicazioni e l’eccesso di infrastrutture
La bolla delle telecomunicazioni mostra un altro aspetto ricorrente. Le aspettative sulla crescita del traffico digitale spinsero le imprese a investire enormi quantità di capitale nelle reti, spesso utilizzando debito. Ne risultarono sovracapacità, fallimenti e consolidamento industriale.
Tuttavia, una parte delle infrastrutture realizzate durante quella fase speculativa contribuì successivamente allo sviluppo dell’economia digitale. La bolla distrusse capitale finanziario, ma lasciò in eredità capitale tecnologico.
È uno scenario che potrebbe ripetersi nell’intelligenza artificiale. Anche un eventuale ridimensionamento delle valutazioni non cancellerebbe i data center, le reti elettriche, i semiconduttori, i modelli e le competenze sviluppate durante la fase di espansione.
La bolla tecnologica cinese
Floridi ricorda anche la rapida espansione del mercato tecnologico cinese nel 2014-2015, sostenuta dalla crescita del settore digitale, dalle politiche pubbliche, dal credito e dalla partecipazione degli investitori privati.
Il successivo crollo del ChiNext, l’indice cinese dedicato alle imprese innovative, non impedì alle grandi piattaforme tecnologiche cinesi di continuare a crescere. Mostrò però quanto possano essere pericolosi la leva finanziaria, il sostegno indiscriminato a un settore e l’idea che l’intervento pubblico possa eliminare il rischio di mercato.
Le criptovalute
Il ciclo delle criptovalute aggiunge il ruolo delle comunità online, della narrazione ideologica e della paura di restare esclusi dal prossimo grande investimento.
Come durante la dot-com, molte aziende cercarono di cavalcare la moda associando il proprio nome alla blockchain. Le nuove metriche, la scarsa regolamentazione e la convinzione che le regole tradizionali non fossero più valide alimentarono oscillazioni estreme.
Floridi non sostiene che ogni applicazione della blockchain sia priva di valore. Mostra piuttosto quanto sia rischioso investire in un settore quando l’appartenenza a una comunità o la fiducia in una narrazione sostituiscono l’analisi economica.
La bolla tecnologica della pandemia
Tra il 2020 e il 2021, la pandemia accelerò il lavoro a distanza, il commercio elettronico e l’utilizzo dei servizi digitali. Molti investitori interpretarono un’accelerazione temporanea come una trasformazione lineare e permanente.
Le valutazioni di numerose società tecnologiche incorporarono anni di crescita futura. Quando le economie riaprirono e i tassi di interesse iniziarono a salire, una parte di quelle aspettative venne rapidamente ridimensionata.
Anche in questo caso la tecnologia era reale. Era sbagliata la velocità con cui il mercato aveva capitalizzato il futuro.
L’intelligenza artificiale è una bolla?
La posizione di Floridi è più sottile di quanto possa sembrare. Non sostiene che l’intelligenza artificiale sia una finzione o che il settore sia destinato a scomparire. Considera reale e profondo il suo potenziale trasformativo.
La bolla riguarda l’hype, non necessariamente la tecnologia.
Quando ogni impresa deve dichiararsi “AI company”, quando startup con ricavi limitati raggiungono valutazioni miliardarie, quando le spese per infrastrutture crescono più velocemente dei ritorni economici e quando gli investitori accettano metriche sempre più lontane dai flussi di cassa, si crea quella distanza tra aspettative e realtà che caratterizza le bolle tecnologiche.
Per Floridi, lo scoppio della bolla potrebbe produrre un nuovo “inverno dell’AI”: un periodo nel quale la delusione finanziaria provocherebbe una reazione eccessiva, riducendo gli investimenti anche nei progetti più solidi. Il rischio non consiste soltanto nelle perdite di mercato, ma nel passaggio irrazionale dall’entusiasmo indiscriminato al rifiuto indiscriminato.
La lezione per l’investitore nei megatrend è chiara: bisogna distinguere la direzione strutturale del cambiamento dalla valutazione dei singoli strumenti finanziari.
Una tecnologia può cambiare il mondo e, contemporaneamente, rappresentare un pessimo investimento se acquistata al prezzo sbagliato. Al contrario, lo scoppio di una bolla può creare le condizioni per individuare le imprese realmente capaci di trasformare innovazione, infrastrutture e proprietà intellettuale in ricavi e flussi di cassa sostenibili.
Perché oggi l’etica dell’AI è indispensabile
Nel linguaggio comune, l’etica viene spesso considerata un freno all’innovazione: una serie di divieti stabiliti da filosofi, regolatori e comitati lontani dal funzionamento concreto delle imprese.
Floridi propone una visione differente. L’etica dovrebbe essere parte della progettazione della tecnologia. Non dovrebbe limitarsi a intervenire quando il danno è già avvenuto, ma contribuire a decidere quali sistemi costruire, con quali obiettivi, per quali utenti e secondo quali criteri di responsabilità.
La questione diventa urgente perché l’intelligenza artificiale è una tecnologia scalabile. Un errore umano può danneggiare poche persone. Un errore incorporato in un algoritmo utilizzato da milioni di utenti può ripetersi automaticamente e diventare sistemico.
Gli algoritmi possono contribuire a decidere chi ottiene un lavoro, un prestito, una copertura assicurativa, un trattamento medico o l’accesso a un servizio pubblico. La Commissione europea osserva che può essere difficile comprendere perché un sistema abbia prodotto una certa decisione e quindi stabilire se una persona sia stata ingiustamente penalizzata. È uno dei motivi alla base dell’approccio fondato sul rischio adottato dall’AI Act europeo.
Ma l’etica non riguarda soltanto la discriminazione algoritmica. Riguarda la privacy, la sorveglianza, il diritto d’autore, la concentrazione del potere economico, l’impatto ambientale dei data center, la qualità dell’informazione, la manipolazione politica e la progressiva delega del giudizio umano.
La stessa necessità è stata riconosciuta a livello internazionale. La Raccomandazione UNESCO sull’etica dell’intelligenza artificiale, adottata da 193 Paesi, pone al centro dignità umana, diritti fondamentali, sicurezza, trasparenza, equità e responsabilità. Il Consiglio d’Europa ha inoltre elaborato il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante dedicato al rapporto tra AI, diritti umani, democrazia e Stato di diritto.
Questi interventi mostrano che l’etica dell’AI non è più un dibattito riservato alle università. È diventata un problema di governance, competitività e stabilità istituzionale.
L’etica di una società popolata da macchine agenti
Il problema più profondo posto dal libro riguarda la società che stiamo costruendo.
Quando l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella scuola, nella finanza e nei mezzi di comunicazione, l’agency non appartiene più soltanto agli esseri umani. Viene distribuita tra persone, imprese, istituzioni, piattaforme e sistemi automatici.
Questo non significa che le macchine siano diventate soggetti morali. Significa che possono partecipare a catene di azioni nelle quali la responsabilità diventa difficile da individuare.
Chi risponde di una decisione sbagliata: il programmatore, l’impresa che ha sviluppato il modello, il fornitore dei dati, il manager che ne ha autorizzato l’utilizzo o l’operatore che ha seguito il suggerimento dell’algoritmo?
Definire la macchina “intelligente” può diventare un comodo alibi. Se il sistema viene rappresentato come un’entità autonoma e quasi umana, le organizzazioni possono essere tentate di trasferirgli simbolicamente responsabilità che devono invece restare umane.
La distinzione proposta da Floridi serve proprio a impedirlo. Le macchine possono agire, ma gli obiettivi, i limiti e le responsabilità devono essere stabiliti dalle persone e dalle istituzioni che le progettano e le utilizzano.
Il giudizio della redazione di Investire nei Megatrend
“La differenza fondamentale: Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale” è un libro consigliato a chi vuole capire l’intelligenza artificiale oltre la cronaca dei nuovi modelli e oltre le oscillazioni quotidiane delle società tecnologiche.
Per l’investitore, la parte sulle bolle è particolarmente utile perché mostra che innovazione e speculazione non si escludono. Le grandi rivoluzioni tecnologiche attirano capitali proprio perché contengono opportunità reali. Ma quelle opportunità possono trasformarsi in valutazioni irrazionali quando il mercato anticipa troppo rapidamente ricavi, produttività e adozione.
Per il cittadino e per il decisore, il libro pone una domanda ancora più importante: quale società vogliamo costruire utilizzando sistemi capaci di agire senza capire?
Floridi ci ricorda che l’intelligenza artificiale non è un soggetto misterioso arrivato dall’esterno. È il risultato di decisioni umane, investimenti, infrastrutture, dati, regole e modelli economici.
Le macchine non devono diventare simili a noi per trasformare il mondo. È sufficiente che noi affidiamo loro una parte crescente della nostra capacità di agire.
La vera differenza, allora, non sarà tra chi utilizza l’intelligenza artificiale e chi non la utilizza. Sarà tra chi saprà governarla come strumento e chi finirà per adattare passivamente le proprie decisioni, il proprio lavoro e il proprio pensiero ai sistemi automatici.
Ed è proprio per evitare questa seconda possibilità che oggi abbiamo bisogno di una filosofia all’altezza della tecnologia che abbiamo costruito.
Scheda del libro
Luciano Floridi, La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, traduzione di Massimo Durante, Mondadori, collana Gaia, 2025, 372 pagine, prezzo di copertina 22 euro.





E' una riflessione molto profonda . Acquisterò il libro.